Paul Fleming (di Barbara Spadini)*

Paul Fleming

(di Barbara Spadini)*

Opere

Odi, epigrammi e sonetti da lui composti furono raccolti postumi nei Poemi tedeschi

(Teutsche Poemata ,1642)

Prodromus (postumo, 1641)

Principali traduzioni italiane

Traduzioni sparse in varie antologie e siti web

Critica consigliata

Gerhard Dünnhaupt , Paul Fleming.  In: bibliografie personali delle pressioni del Barocco, Hiersemann, Stuttgart 1990

Eva Dürrfeld, Paul Fleming e Johann Christian Günther ,Tübingen 1964

Maria Cecilia Pohl, Paul Fleming.  rappresentazione, traduzioni, poesie di viaggio.  Münster  1993

Hans Pyritz, l’amore nella poesia di  Fleming Paul,  Vandenhoeck & Ruprecht, Göttingen 1962

Theodor Kolde : Fleming, Paul In: Biografia generale tedesco (ADB).  Volume 7, Duncker & Humblot, Leipzig 1877, p. 115-117

Antologia della poesia tedesca ( a cura di Roberto Fertonani e Elena Giobbio Crea), Milano 1977

Carpi A.M., La lirica religiosa di Paul Fleming, in : Studi di letteratura religiosa in Germania, ( Misc. In onore di S. Lupi), Firenze 1972

Elena Ratti, Letteratura tedesca, Alpha Test 2004

Annegret  Jhan,La recezione di Francesco Petrarca nei territori di lingua tedesca fino all’Illuminazione,Verlag 2009

Poetica e biografia

(a cura di Barbara Spadini)

La cosiddetto “scuola slesiana” comprende anche il nome di Paul Fleming, poeta e medico.

La scuola slesiana non fu un “circolo” unitario, né diede luogo ad un’univoca espressione poetica, piuttosto fu caratterizzata dal clima culturale del tempo, l’epoca Barocca, che in Germania – a causa della guerra dei Trent’anni (1618- 1648)-aveva portato ad una nuova  visione del mondo e degli eventi, negativa e pessimistica. La necessità di evadere da una realtà distruttiva, aveva orientato  la cultura tedesca a spostare l’interesse e a ricercare nuovi generi letterari: la poesia arcadica, il melodramma, il romanzo eroico, il teatro tragico, rivolti ad un pubblico colto, elitario.

La poetica di Paul Fleming, invece, si discosta moltissimo da questa linea, aprendosi alla testimonianza umana privata, all’ intimistica ricerca di senso, alla personale e appassionata indagine verso la realtà.

Ritenendo da sempre  “ An sich” una delle più belle e profonde liriche tedesche, chi scrive ha avuto modo di apprezzare Paul Fleming  sia da semplice lettrice che, ora, da improvvisata critica: atto non semplice, considerando che Fleming è senza dubbio tra i  più famosi  e amati  lirici della letteratura tedesca , nonostante la sua breve ma avventurosa  vita, ma poco studiato e tradotto in Italia.

Nato a Hartenstein, in Sassonia,  il 5 ottobre  1609, Paul era figlio di Abram  Fleming, Pastore della città. Il primo maestro fu proprio il padre, ai cui insegnamenti   farà seguito la frequenza della Thomasschule a Lipsia e successivamente  l’iscrizione alla Facoltà di filosofia e  di Medicina  nel 1628.

Fu educato alla poesia ed alla musica da Hermann Schein, per poi incontrare nel 1630 il poeta Opitz, che ne influenzerà lo stile e la poetica.

Già nel 1631 fu poeta laureato, come si evince dall’immagine qui sopra:  PHIL ( osophiae) et MED [icinae] D: [Octors] e P. [oeta] L. [aureatus]).

In questa veste la sua fama in vita fu enorme e come poeta guadagnò somme importanti , chiamato a comporre su commissione odi,  liriche ed epigrammi d’occasione, in latino ed in tedesco, per matrimoni, compleanni, nascite e morti. In latino pubblicò una raccolta di componimenti poetici ispirati a Ovidio, Catullo e Tibullo dal titolo :” Suavia”

Laureatosi in filosofia nel 1633, Interruppe gli studi di Medicina per partecipare in qualità di dotto e poeta ad una avventurosa missione diplomatica prima in Russia e poi in Persia  (1635-1639), al servizio del duca di Holstein e sotto la direzione di Adam Olearius e Otto Brüggemann  . In questo periodo si fidanza con Anna Niehusen, che successivamente sposerà.

Tornato in Germania, si laureò in Medicina e si trasferì ad Amburgo ove avviare  la professione di medico. Qui solo poche settimane dopo morì  (2 aprile 1640) giovanissimo, probabilmente per un’infezione polmonare.

Le prime esperienze poetiche di Fleming furono in lingua latina,alla ricerca del lirismo petrarchesco, verso cui si dimostrò il miglior interprete della cultura tedesca.

Alla ricerca però di un proprio stile, originale ed autonomo, contravvenendo anche ai dettami stilistici del proprio maestro Opitz di stile freddo ed erudito, sviluppò nel tempo una sensibilità ed un approccio poetico alle vicende esistenziali di tipo e timbro intimo, sofferto, personalizzato, umano e caldo: al posto del freddo e apersonale  essere voce poetica declamatoria , la sua poesia si fa confidenziale, spontanea, legata soprattutto alle tematiche umane e valoriali  dell’amicizia e dell’amore, ricca di suggestioni soggettive e individualistiche:” È una lirica d’amore, quella di Fleming, dentro la quale è possibile ravvisare una sentita componente stoica. Le forti antitesi, soprattutto nei sonetti, servono a Fleming per creare tensioni tematiche e stilistiche e rendere bipartito lo svolgimento dell’argomentazione e dei concetti.

Nei suoi versi si genera un movimento oppositivo che viene a risolversi in una efficace chiusa poetica: qui il poeta apre lo spazio alla qualità sentenziosa della sua riflessione e fa scattare l’arguzia finale, che concilia o lascia irrisolto il gioco dialettico dei contrasti. La struttura retorica dei componimenti latini e tedeschi di Fleming si costruisce, poi, su una musicalità interiore che deriva a Fleming dal poeta e musicista Johann Hermann Schein più che da Opitz.

La forma poetica dei sonetti e degli alessandrini, ad esempio, è giocata sull’immediatezza del sentimento e sul ritmo melodico della scansione metrica, in un virtuosismo stilistico sempre controllato dalla morale stoica dell’autodominio”.

Allo stesso tempo le sue liriche sono attraversate da un profondo senso religioso, visibile nel riconoscere la vanità del mondo e delle cose terene, cercando un “senso ultimo” alle vicende personali e della vita, mostrando una continua ricerca etica ed orientata al bene supremo dell’esistenza umana:

Che nulla ti affligga né ti contristi.

Sta calmo:

come Dio dispone accontentati,

o mio volere.

Che vuoi oggi pensare al domani?

L’Uno dirige il tutto:

darà anche a te il tuo.

Solo sii senza macchia in ogni azione:

sta saldo:

ciò che Dio decide è e si chiama il meglio.

Scelta di Poesie

An sich

Sei dennoch unverzagt! Gib dennoch unverloren!

Weich keinem Glücke nicht, steh höher als der Neid,

vergnüge dich an dir und acht es für kein Leid,

hat sich gleich wider dich Glück, Ort und Zeit verschworen.

Was dich betrübt und labt, halt alles für erkoren;

nimm dein Verhängnis an. Laß alles unbereut.

Tu, was getan muß sein, und eh man dir’s gebeut.

Was du noch hoffen kannst, das wird noch stets geboren.

Was klagt, was lobt man doch? Sein Unglück und sein Glücke

ist ihm ein jeder selbst. Schau alle Sachen an:

dies alles ist in dir. Laß deinen eitlen Wahn,

und eh du fürder gehst, so geh in dich zurücke.

Wer sein selbst Meister ist und sich beherrschen kann,

dem ist die weite Welt und alles untertan.

Traduzione

A me stesso

Sii tuttavia intrepido!Non darti per arreso!

Non cedere alla sorte. All’invidia sii superiore.

Contentati di te e non stimare dolore

Se ti hanno ordito trame  sorte, luogo e tempo.

Quello che ti affligge e conforta,considera tutto fatale.

Accetta il tuo destino. Il rimpianto ti sia ignoto.

Fai quello che deve essere, prima che ti sia imposto.

Quello che puoi sperare ancora, nasce ad ogni istante.

Perché si accusa e si loda? Cattiva e buona sorte

Ognuno è a se stesso. Guarda tutte le cose.

E’ tutto questo in te. Lascia la vana illusione,

e torna in te stesso, prima di andare oltre.

Chi è padrone di sè  e sa dominare se stesso,

Il vasto mondo e il tutto gli è soggetto.

An Anemonen

Ich meynt’ / ich hätte dir mein gantzes Hertz’ entdeckt /

mein lassen und mein Thun / mein wollen und beginnen /

So / daß ich mich mir selbst nicht besser öffnen können.

Ich war nun nicht in mir; Ich war in dich versteckt.

Was hat denn diesen Haß so bald auff mich erweckt /

daß du mir itzund auch ein Auge nicht wilst gönnen?

Besinne dich doch / Lieb / wo du was kanst besinnen /

wie hoch mich dieses schmertzt / wie sehr mich dieß erschreckt.

Gedencke doch an dich / wilst du an mich nicht dencken.

Sey mir feind / und nicht dir / dieweil es Zeit ist noch.

Wilst du mich richten hin / so schone deiner doch /

als die ümm meinen Todt zu tode sich wird kräncken.

Nim einmahl dieses dir für allemahl gesagt;

Du bist die einige / die ewig mir behagt.

Bekändtnüß

Mehr böse noch als bös’ hab’ ich bißher gelebet;

Bey kalter Gottesfurcht mich brennend angestellt.

Den Himmel offt geteuscht; mehr mein Freund und der Welt /

Bin selten über mich und Wolcken an geschwebet;

Der schnöden Eitelkeit der Erden angeklebet.

Ich habe das gethan / das mir selbst nicht gefällt /

Ein Schüldner alles deß / das Mosis Rechnung hält /

der ich mit Eyfer auch hab’ offte wiederstrebet.

Ich muß / will ich schon nicht / bekennen wieder mich.

Mein Urtheil / meine Straff’ und Todes-Art sprech’ ich.

Ich hab’ es so und so und ärger noch getrieben.

Und was erzähl’ ich viel die ungezählte Zahl

von meinen Schulden her? Gott liest sie allzumahl

von meiner Stirnen ab / an der sie sind geschrieben.

An Dulkamaren

Wie kan ich ohne Haß / dich / Dulkamara / lieben /

du bitter-süße du? Bald bist du gar zu gut.

Bald / wenn ein schlechter Wahn ersteiget deinen Muth /

So steht mein naher Todt ümm deiner Stirn geschrieben.

So lange hast du nun diß Spiel mit mir getrieben.

Sag’ / ob dir meine Pein denn also sanffte thut?

Ob dich mein frohseyn schmertzt; so weiß ich / theures Blut /

daß ich bey Lust und Noth die Masse mehr muß üben.

Wer’ ich / wie du gesinnt; so könt’ auch ich / wie du /

bey gleichem Muthe seyn inzwischen Müh’ und Ruh /

inzwischen Leid’ und Lust bey einem Hertzen stehen.

So / weil ich standhaft bin / weichst du ohn unterlaß.

Wie kan es anders seyn? Ich muß zu grunde gehen /

durch dich / gehaßtes Lieb / durch dich / geliebter Haß.

Auff Ihr Abwesen

Ich irrte hin und her / und suchte mich in mir /

und wuste dieses nicht / daß ich gantz war in dir.

Ach! thu dich mir doch auff / du Wohnhauß meiner Seelen!

Komm / Schöne / gieb mich mir. Benim mir dieses quälen.

Schau / wie er sich betrübt / mein Geist / der in dir lebt?

Tödtst du den / der dich liebt? itzt hat er außgelebt.

Doch / gieb mich nicht aus dir. Ich mag nicht in mich kehren.

Kein Todt hat macht an mir. Du kanst mich leben lehren.

Ich sey auch / wo ich sey / bin ich / Schatz / nicht bey dir /

So bin ich nimmermehr selbest in / und bey mir.

Auff eines Kindes Ableben.

Wo ist der Gärten Pracht / der Blumen Königinn /

der Augen liebe Lust / die Anemone hin?

Die so nur gestern noch in ihrem Purpur-Munde

und keuschem Angesicht’ allhier zu gegen stunde?

Wo ist denn heut’ ihr Schmuck? Ihr wollust-volles Häupt?

und mit einander Sie? Sie ist schon abgeleibt.

Hier steht Ihr grüner Fuß / der Stengel noch zu schauen /

der schon auch matt und welck. Hier siehst du was zu trauen /

Mensch / auff dein Leben ist. Der / den man itzt begräbt /

das hertzeliebe Kind / hat neulich noch gelebt.

Und itzt / itzt starb es hin. Er war wie eine Blume /

Wo nur nicht leichter noch / mit seiner Schönheit Ruhme.

Hier liegt sein leerer Leib; Ihr Stengel steht noch hier.

Bald wird der keins mehr seyn. Beklagt es doch mit mir.

Was hilfft es / Menschen seyn / was liebe Blumen küssen /

Wann sie sind schöne zwar / doch balde nichts seyn müssen!

Von sich selber.

Ich feure gantz und brenne liechter Loh.

Die Trähnen hier sind meiner Flammen Ammen /

Die mich nicht lässt diß stete Leid verthammen;

ich kenn’ es wohl / was mich kan machen froh /

Daß ich fortan nicht dürffte weinen so.

Wo aber ists? So müssen nun die Flammen

hier über mir nur schlagen frey zusammen.

Mein Schirm ist weg / mein Schutz ist anders wo.

Ist gantz nichts da / daran ich mich mag kühlen /

In solcher Gluth / die meine Geister fühlen?

Der Liebes-Durst verzehrt mir Marck und Bein.

Diß Wasser ists / die Kühlung meiner Hitze /

Das ich zum Trunck’ aus beyden Augen schwitze.

Ich zapfe selbst / und Amor schenckt mir ein.

Auff die Italiänische Weise:

O fronte serena.

O Liebliche Wangen /

Ihr macht mir Verlangen /

diß rohte / diß weisse

zu schauen mit fleisse.

Und diß nur alleine

ists nicht / das ich meyne;

Zu schauen / zu grüssen /

zu rühren / zu küssen.

Ihr macht mir Verlangen /

O liebliche Wangen.

O Sonne der Wonne!

O Wonne der Sonne!

O Augen / so saugen

das Liecht meiner Augen.

O englische Sinnen /

O himmlisch Beginnen.

O Himmel auff Erden /

magst du mir nicht werden.

O Wonne der Sonne!

O Sonne der Wonne.

O schönste der schönen /

benimm mir diß sehnen.

Komm / eile / komm / komme /

du süße / du fromme.

Ach Schwester / ich sterbe /

ich sterb’ / ich verderbe.

Komm komme / komm / eile /

komm / tröste / komm / heile.

Benimm mir diß sehnen /

O schönste der schönen!

An Ihren Spiegel.

O Du drey- viermahl mehr glückseeliger / als ich!

Der du der Liebsten Glantz in deinem Auge trägest /

und selbst zu lieben sich das schöne Kind bewegest /

daher sie nur wird stoltz / sieht weit hin über mich /

Giebt ihre Gunst ihr selbst / und achtet mehr auff dich /

In dem du bist bemüht / und höchsten Fleiß anlegest /

daß du dich / wie sie sich / an allen Gliedern regest /

durch dich schaut sie sich an / und redet selbst mit sich.

Du rechtes Freuden-werck von früh an biß zu Nachte /

wie mach’ ichs / daß ich sie doch einmahl so betrachte /

als wie du allzeit thust? So meyn’ ich kan es gehn /

Versuch es einen Tag / und gönne mir dein Glücke.

Und daß ich wieder gleich in ihre Blicke blicke /

So laß diß Auge hier an deine Stelle stehn.



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